Delanteri

mi ricordo i tempi in cui abbiamo cominciato a rotolare insieme, la palla ed io…

La mossa del Bel Renè

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Il pallone scendeva a campanile ed in porta si tentava lo “scorpione”. Una frase che suona nella mia memoria (e pure in metrica) più o meno come il Battisti de, il carretto passava e quell’uomo gridava gelati. Io purtroppo son di quella generazione che, il ragazzo del gelato, irrimediabilmente tutto vestito di bianco, non l’ha mai visto dannarsi l’anima dietro a scolaretti, modello cocco bello di Riccione. Però ecco, dovesse sgorgare una lacrima per una reminiscenza del passato, il pensiero del campetto in terra battuta e di ginocchia sbucciate nel tentativo di scimmiottare il leggendario Renè Higuita sarebbe uno dei più gettonati. Per parlare di una leggenda occorre come minimo fare un minimo di chiarezza con una legenda. Lo “scorpione” è il gesto tecnico con il quale il meraviglioso Renè, portiere colombiano nato a Medellìn il 26 agosto 1966, venne assunto nell’empireo del calcio. Fondamentalmente si tratta di respingere un pallone che, a palombella, ti scivolerebbe tranquillo e docile fra le braccia, con i piedi, che sennò è troppo facile. Quindi ci si butta in avanti a braccia larghe per dare una mano al baricentro, cercando l’impatto con la suola delle scarpe alte a centro schiena, appunto come uno scorpione che volesse attaccare l’ignara preda. L’apoteosi del rischio, della ricerca spasmodica dell’adrenalina, della prova empirica che su questa terra non siamo solo di passaggio. Lo “scorpione” infatti è la quint’essenza dell’inutilità tecnica. Riescici e la folla ti amerà, sbaglia il tempo e verrai ricoperto di
ignominia al momento stesso in cui l’innocuo pallone supererà la linea di porta. Roba da campetto insomma. Non per Renè Higuita da Medellìn. Per lui lo “scorpione” come way of life valeva più di tutto e soprattutto in partite ufficiali. Non solo di parate da saltimbanco vive l’uomo però. E a tal proposito, per avvalorare ed introdurre l’argomento, ci gioviamo di un virgolettato del più grande di tutti i tempi, tal Diego Armando Maradona: “L’ho già detto: è stato lui ad inventarsi che i portieri tirassero i rigori, le punizioni e facessero gol. Che nessuno si azzardi a togliergli il brevetto, chiaro?”. Tutto lampante Diego, non ti preoccupare. Renè insomma è stato il primo in tutto. Nessuno di lui si ricorda una parata. Solo rigori realizzati, punizioni nel sette e, of course, il fantomatico scorpione. Con una tale carriera vissuta sul sottile filo del rischio, inevitabile cadere di tanto in tanto nella rete della figura di merda. Higuita ne combinò una colossale ai mondiali di Italia ’90, quando negli ottavi di finale cercò di partire dalla linea di porta palla al piede per guidare quello che solo lui aveva scambiato per contropiede. Driblane uno e passala Renè. Niente da fare. Driblane un altro e passala Renè. Come parlare al vento. I riccioloni come un sipario fuggente dietro la nuca, ad annunciare un uomo che ci ha insegnato la superiorità del prendere le cose della vita in modo meravigliosamente naif. Higuita quella palla non la passo mai. Un’altra leggenda, Roger Milla del Camerun, la rubò e la depositò in una rete sguarnita, facendo godere per un istante l’Africa intera. Renè Higuita oggi, una volta appese le scarpette al chiodo, ha reso pubblica l’intenzione di entrare in politica. Correrà per la carica di sindaco nella natia Medellìn, schierandosi fra le fila di un partito indipendente. “Per diventare sindaco occorrono più o meno 4.500 voti, ma io voglio arrivare a 10.000”. Questa la sua prima dichiarazione sull’argomento. Per parare quel pallone basterebbe allungare le mani. Che senso avrebbe? Io mi ci butto all’ incontrario, di piede, per vedere un po’ l’effetto che fa.

Fat Tuesday

fonte: http://www.bbc.co.uk/news/world-latin-america-12792304

Scritto da delantero

marzo 22, 2011 alle 5:28 pm

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Fenomenologia del bidone

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il vero bidone trascende il gol. il vero bidone non è quello che non sa giocare, è quello che non riesce a giocare. Che se anche segna lo fa con tristezza e fatica. L’epiteto di bidone è legato a strane congiunture (mercato, spogliatoio, formazione, ruolo, clima, feste diurne e notturne). Quaresma non è bidone, per esempio. Quaresma è proprio scarso. Diego potrebbe essere un altro serio candidato. Il piccolo figlio di David Bowie l’ennesimo campioncino di latta.

Scritto da delantero

novembre 20, 2010 alle 9:52 pm

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Welcome to Santa Inquisizione

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Preparate la gogna. Affilate i coltelli. Fate schioccare le fruste. Ché dobbiamo punire l’insubordinato.
C’è un’irregimentazione spietata che coinvolge tutti i livelli dell’emisfero terrestre. E me ne sono ricordata domenica sera mentre guardavo Controcampo. E non è una battuta. Non stavo cercando anfratti aberranti. Non ho dovuto immettere strane psw per arrivare a quello spettacolo dell’indecenza. Ho solo schiacciato un pulsante. E come capita a tutto l’orrido, la sua valenza autoipnotica ha avuto la meglio. Volevo sapere cosa succedeva nei salottini con i finti sociologi arenati che oltre a genio e sregolatezza, poverini, non sanno cosa dire. Sono piombata nell’oscurantismo più frizzante, nella caccia alla streghe e bacchettate sulle mani, che veramente Montessori levati…Il processo a Giovanna d’Arco (quello di Dreyer, mica altri) al confronto sembrava una puntata di The Big Bang Theory. Facce cupe, culturalismi al bacon, degradazione dell’animo umano in ovvietà che mi viene la lebbra a pensarci.
Prima che arrivi il moralizzatore con il suo bel kit di attrezzi scaduto e arrugginito, prima che la valletta scosciata di turno non venga distratta dalla scimmie che ha in testa, la dico io una cosa. Lo sapete bene, che cosa penso io di SuperC., di quanto lo difenda, di quando consideri la sua personalità uno dei più grandi regali che possano all’umanità capitare. Ho già abbastanza pontificato sul senso di essere scomodi e la bellezza dell’orizzonte incompleto e la fatica dell’essere quello che gli altri non possono essere. Minoritari, spettacolarmente perdenti, struggentemente tragici. Storia di relazioni con potere. Di relazioni con una gerarchia sballata. Con un capetto di provincia invidioso dei suoi stessi campioni, con una cordata di supporters ingrati e moralisti. Sepolcri imbiancati, tutte colombe bianche. Che non vedono l’ora di vedere il reo appeso in pubblica piazza sottoposto per un’intera settimana agli sputi zozzi dei normalizzatori. Una livella che funziona come una mannaia, una esemplarità della pena da applicare in strani campi, un rigore infernale sproporzionato al comportamento. Sembra che non stia parlando di calcio, qui..eppure. Mi piace tenere d’occhio i rapporti tra dirigenza e campo, tra le stringate Church’s dei presidenti e i tacchetti Nike dei campioncini. Tra il presidente che allunga la formazione e quello che mette solo la firma sugli assegni. Che cosa succede quando un paese come il nostro in piena e folle adorazione del capo scopre che anche altri piccoli capi ogni tanto vengono presi a sputi. Ci si schiera col potente ingerente. Perchè noi non siamo un paese, ma una tribù. Costantemente piena di rituali appiattiti, di adorazione sballata verso individui pieni di potere. Capitolo II dunque. Dall’anestesia inflitta alla fiera per farla rientrare nei ranghi della normalizzazione, ovvero “facciamolo diventare un cliché” alla terribile conquista dell’integrazione nella feroce legge del branco. Che naturalmente prima o poi fa di tutto per farti scontrare con il leone alpha. Cioè, davvero, ma manco a Madagascar 2 si subiscono degli ostracismi così violenti. Qui c’è un passo in avanti. Abbiamo potenziato lo stereotipo.
Perchè  chi sta fuori dalla scatola si attira un livore bavoso che tifosi, presidenti, opinionisti non si preoccupano di nascondere.
Strano, in un paese governato dalla pancia più molle e volgare non riusciamo a capire la differenza tra l’abuso di potere e il pieno e romantico ammutinamento. E seee figurati, addirittura i reietti intervistati per strada affilano le forche.
C’è chi, inculandosi una minorenne, riceve il plauso del mondo intero, con una breve scossa del capo e un sorriso accennato. Si parla di slatentizzazione dell’animale che abbiamo dentro. E poi. Quando l’insubordinazione di un dipendente arriva a scalfire la credibilità e l’onore del capo…tiriamo fuori quella bella gogna che non usavamo da tempo, la spolveriamo e ci mettiamo dentro l’innocente che più innocente non si può. Ovvio. L’impunità è del capo. Una brutta nazione che dà ragione al presidente, perchè ti ha dato da mangiare, perchè ti ha fatto lavorare. Che schifo, pensarla così. Questa reverenza e il bacino all’anello, trenta inchini e mossettine con le mani. Siccome sei il mio capo, io assolutamente devo rimettermi a qualsiasi tuo insulso capriccio. Una gerarchia terribile. Una logica da antistato irrigimentato e sregolato che non osa prendersela con i capricci insulsi di un tirchio petroliere e se la prende con lo scomodo. Ma per fortuna noi siamo fuori dalla campana di Gauss. E non prendiamo solo a calci una palla, ma anche delle zucche vuote.

Firmato

Jack Donaghy

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novembre 3, 2010 alle 12:16 am

La relatività esiste davvero. Se guardi oggi una partita fra i popolari allo Zaccaria. Là dove la distanza di un tecnico dalle sue caramelle è una sciocchezza, come i gol in fuorigioco selvaggio.

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Il calcio forse dovrebbe essere così, o forse dovremmo smetterla di farci dire cosa dovrebbe essere e immaginarcelo per come realmente lo vorremmo. Ci sono i teorici del risultato a tutti i costi. Hai voglia quanto ce ne frega nel veder volare stinchi avversari e non saper fare un triangolo, dall’alto di un metro e novanta di statura, speculare su un gol in mischia da calcio d’angolo fino al 90’ ed esultare alla fine con la mascella italica in bella evidenza. Emozioni. C’è invece chi fa il fuorigioco a metà campo, pitagora col terzino in 40 metri di campo, col centravanti che accorcia e il centrocampista che si inserisce. 4 a 4 alla fine, ma siamo comunque tutti contenti. Emozioni, le prime come le seconde.

Lo “Zaccaria” ha riaperto i battenti riscoprendosi uno stadio non devoto all’illuminismo, ma all’estetica. Così coloro che ne affollano le tribune ricordano i Touluse-Lautrec, i malinconici sognatori del Moulin Rouge. L’amore per l’effimera bellezza del gioco del boemo, travalica i confini del cuore, dello sfottò. Ed il calcio, a Foggia, diventa spettacolo, tanto quanto andare alla prima di un determinato regista o ad un concerto di quella band.
Zdeněk Zeman torna, all’inizio di quest’anno, nella sua Foggia, l’unica provincia pugliese che il mare non lo vede e, da vicino, se lo immagina. A Foggia si parla un dialetto che è un trionfo di consonanti e gli innamorati strusciano a perdifiato nella “villa” mano nella mano con il compagno/a di turno. Intorno alcune massaie preparano le melanzane per la parmigiana. Sono calorosi ed amichevoli i foggiani. Danno subito confidenza. Pacche sulle spalle. Sono gli strani casi della vita per cui un boemo, freddo come il ghiaccio, in un contesto del genere, può sentirsi a casa. Torna il Foggia di Zeman a giocare allo Zaccaria, dopo le prime giornate in purgatorio per via dei lavori di ristrutturazione dello stadio. Non è più la serie A, ma non importa nulla. L’avversario di turno è il Viareggio e lo stadio è gremito in ogni ordine di posti. C’è pure Fernando Iannucci, il signore che, dai tempi di Signori e Baiano, aspetta il ritorno del boemo, per consegnargli le consuete caramelle beneauguranti, un rito sempre perpetrato ai tempi di Zemanlandia. In posti come questi basta poco per diventare un personaggio. Zeman è preoccupato quando esce dagli spogliatoi, ma non è certo tensione calcistica. Si guarda intorno e di Fernando neanche l’ombra. Era stato poco bene ultimamente, vuoi vedere che.. Ma poi, una pacca sulla spalla, uno sguardo che si riunisce sancisce il protrarsi della beneaugurante routine. Una manciata di canditi. In bocca al lupo. Non è cambiato niente.
Dopo l’esilio delle prime giornate a Vasto, dopo quasi 20 anni. Il Foggia di Zeman è di nuovo di Foggia e del calcio italiano. L’ultima panchina era targata primo maggio del 1994, si giocò e si perse col Napoli una sorta di spareggio per la coppa Uefa. Oggi si vivacchia un gradino sotto la B, dove la distanza fra gli spalti e il terreno da gioco è più leggera, quasi non si sente e un tecnico può preoccuparsi di ricevere una manciata di caramelle, d’attenzioni. La squadra che stupì il mondo ad inizio degli anni 90’ schierava giovincelli in rampa di lancio, svezzati dalla malinconica, ottusa ricerca del gol del boemo, manco fosse Achab con la sua Moby Dick. Signori, Baiano, Rambaudi. Oggi sono arrivati in prestito da Milan e Palermo Romagnoli e Laribi. Ma non è cambiato niente. Fuorigioco selvaggio a metà campo, lo schema non funziona e il Foggia, in un baleno, deve rincorrere. Nel giro di 10 minuti è calcio spettacolo. L’azione che porta all’inzuccata vincente di Agodirin è avvolgente e sinuosa. La punizione gioiello di Laridi odora d’amarcord. Peccato che un rigore dubbio permetta ai toscani di pareggiare alla fine del primo tempo. 2 a 2. Squadre negli spogliatoi. Per puro caso sarà anche il risultato finale. Ad oggi i rossoneri sono la squadra professionistica più prolifica con 18 reti all’attivo e, manco a dirlo, quella con la retroguardia più perforata (15 gol subiti). Il pubblico non si sogna nemmeno di fischiare l’ennesimo pareggio casalingo. I 7.500 dello Zaccaria sono tutti per lui, per il profeta, per un uomo così diverso da loro in grado di emozionarli come nessuno. E pazienza se per vedere triangolazione rapide e chilometriche bisogna mandar giù qualche fuorigioco sbagliato a metà campo. Come dire che la Gioconda di Leonardo, in fondo, non è poi questa gran figa.

Firmato

Fat Tuesday

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ottobre 11, 2010 alle 7:55 pm

BYRON MORENO, PEGGIO DEL JOHN LOCKE DELLA QUARTA SERIE DI LOST. L’ARTE DI NON AZZECCARNE NEANCHE UNA PER SBAGLIO…

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A parte che, tornando a casa ieri sera tardi e, sintonizzatomi su solito canale sportivo con aranciata amara come da rituale prima di coricarmi, l’avevo scambiato per quel simpaticone di Mino Raiola. E ditemi se non c’assomiglia un pochino, nella foto di repertorio con le vallette di Stupido Hotel.

Una sola puntata andata in onda prima della definitiva cancellazione. Il nostro eroe impegnato in un balletto con Carmen Russo. Con ogni probabilità, uno dei momenti più bassi di mamma rai. Fu invitato in Italia anni dopo la Corea, per un 5 minuti di ben remunerato pubblico ludibrio. Insomma, rieccolo! Che un ecuadoriano venga pizzicato a trafficare cocaina sarebbe notizia da trafiletto locale, ma al massimo. Se invece l’ecuadoriano in questione è Byron Moreno, ecco che il gioco cambia e bum! Agenzie di stampa impazzite, rotocalchi e avveleniti di facebook si sfregano le mani ed in un amen è tutto un rincorrersi di post ed articoli. Byron Moreno assurge alla ribalta delle cronache nell’anno del signore 2002, durante i mondiali di calcio disputati in Corea e Giappone. Il nostro vi partecipa nelle vesti grassocce di arbitro, con tanto di brillantina a go-go, utile per sottolineare un malinconico taglio di capelli da dittatura peronista. Negli ottavi di finale, Moreno viene selezionato per dirigere i padroni di casa contro gli azzurri del Trap, a cui non bastò la solita buona dose di acqua santa per esorcizzare l’unticcio e gorgonzoloso spauracchio. L’Italia perse quell’incontro per 2 a 1, con un gol nel supplementare di Ahn Jung-Wang, all’epoca attaccante di riserva del Perugia di Gaucci. La nazionale, invero, si era già ben predisposta tecnicamente, con vagonate di immaginaria vaselina, a prendersela in quel posto, ma l’arbitraggio di Byron, ecco, alimentò più d’un sospetto che non fosse tutta colpa nostra. Un gol regolare annullato a Tommasi, l’espulsione di Totti. E pazienza se il Vieri di “sono più uomo io di tutti voi” la ciabattava ignominosamente da un metro e mezzo. Si va a casa e Byron Moreno diventa un tabù. Fatto sta che gli italici sospetti vennero confermati non direttamente, la Fifa dichiarò infatti la conduzione arbitrale ineccepibile, ma per vie trasverse anni dopo. Byron venne infatti espulso dalla stessa Fifa in seguito ad acquisti ben superiori alle sue dichiarate disponibilità economiche (vacanze da sogno in lidi tropicali, Bentley e Ferrari Testarossa).

Non solo.

Nel Febbraio 2003 Moreno ritornò prepotentemente sulla cresta dell’onda, questa volta in patria. Il nostro eroe si candida per il consiglio comunale della città di Quito, sempre grassoccio e degno di una comparsata in grease. Desta quindi più d’una perplessità la conduzione di gara fra il Barcelona Sporting Club ed, appunto, l’LDU Quito. Moreno concesse al Deportivo un rigore inesistente e la possibilità di giocare come tagliagola. Infine deliziò tutti con la ciliegina sulla torta di 13 minuti di recupero, per permettere la segnatura della rete della vittoria alla squadra ospite. Radiazione. Ed oltre al danno la baffa, quegli sporchi ipocriti degli abitanti di Quito neanche lo elessero. Ma veniamo alle ultime ore. Moreno viene arrestato il 21 settembre presso l’areoporto JFK di New York. Nascondeva 6 kg di cocaina nelle mutande. Ufficialmente lavorarava per una televisione ecuadoriana, in qualità di commentatore sportivo. Byron Moreno ha vissuto al limite, Byron Moreno rappresenta proprio quel limite a cui noi, persone comuni, miriamo per sfiorarne i confini. Byron Moreno è l’uomo che ha di gran lunga oltrepassato il limite imposto dalle sue personali colonne d’Ercole, trasbordando alla ricerca di quel benessere che, evidentemente, una vita onesta non poteva concedergli. Byron Moreno, in cuor suo, ha sempre creduto di meritare molto di più, ha sempre pensato di essere molto più furbo. E dire che sarebbe bastato dare un’occhiata a Jackie Brown per capire che è sempre un grande rischio passeggiare dal JFK con una buona dose di cocaina appresso, a meno che tu non sia un’avvenente, maliziosa e furbissima hostess, con un piano da attuare e una sceneggiatura tarantiniana da spiare.

Byron, coglione, avevi più speranze se nascondevi la coca sotto il golfino, come un bambino che gioca a fare il ciccione. Sei chili in più sarebbero stati giustificabili con un paio di Big Mac. Sei chili di pacco in più invece sono stati troppi da sostenere, a testimonianza di un uomo che ha toccato il fondo, continuando incessantemente a leccare un ego da guinnes dei primati. Lo vogliamo ricordare così, avvinghiato ai fianchi di Carmen Russo, rimirandone goffamente le poppe e volteggiando imbranato fra le spirali di un destino che l’hanno, volenti o nolenti, consegnato alla storia del dio del calcio.

Fat Tuesday

Scritto da delantero

settembre 22, 2010 alle 5:59 pm

Bidonometro astrocalcistico 2010/2011

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Come ogni anno torna  a grande richiesta il Bidonometro, quest’anno supportato anche dal responso delle stelle. Un grazie di cuore alla strega Alessia DeLuca e ai suoi tarocchi posticci.

Yuto Nagatomo ( Saijo, 12 settembre 1986 – terzino)   / L’erede di Bruce Harper

Profilo calcistico: Giunge in riviera romagnola sponda Cesena ( d’ora in poi Szezena), Yuto Nagatomo, terzino di belle speranze sbarcato direttamente dal Sol Levante. Formatosi prima alla Saijo Kita Junior High School e poi alla Higashi Fukuoka High School, è stato in procinto per vestire anche la maglia della blasonata New Team di Holly Hutton . Il Szezena ( leggetelo alla Tonino Guerra..) l’ha prelevato dal Fc  Tokyo con la formula del prestito con diritto di riscatto secondo i codici mafiosi della Yakuza. Per riaverlo indietro (intero), il club nipponico dovrà infatti pagare ( in nero) una cifra 10 volte superiore di quella del cartellino.  In caso contrario il giovane terzino verrà rispedito al mittente sottoforma si sashimi guarnito con zenzero e squacquerone.

Profilo astrocalcistico: Vergine. Preciso, rigoroso, portato a controllare qualunque cosa per la gioia degli psicanalisti pronti a raccoglierne ogni nevrosi. Scrupoloso e cerebrale, delinea analisi spesso spietate verso gli altri e se stesso. Il più delle volte impiega decenni per prendere decisioni. Potenziale ed elegante serial-killer, feticista, maniacale osservatore della realtà, superbo lavoratore e devoto compagno di vita (nei momenti in cui smette di fare il serial killer e il filosofo razionalista).

Mario Yepes ( Calì, 13 gennaio 1976 – terzino/ uomo immagine) / Colombiani brava gente

Profilo calcistico: Continua a gonfie vele  la politica di ringiovanimento della squadra rossonera. Arriva alla corte di Mister Allegri nientepopodimeno ( adoro questa parola) che Mario “ DreamMan” Yepes, bel centralone di 34 anni che avrà il difficilissimo compito di non far rimpiangere Favalli e Kaladze. Cresciuto calcisticamente nel Deportivo Calì, ha trovato il suo Eldorado calcistico nel Paris Saint German. Nella capitale francese il nostro Mario, oltre a maturare come giocatore , è riuscito a coltivare anche  la sua passione di spogliarellista, lavorando part-time  presso “L’Argent”, noto club per scambisti di Pigalle. Durante la sua permanenza  a Milano, alloggierà in un attico nei pressi di Piazzale Corvetto, in modo da poter gestire direttamente alcuni affari che ha In italia con un gruppo di giovani imprenditori sudamericani, i Latin King…

Profilo astro calcistico: Capricorno. Pianificatore nato, individualista, forte come una roccia, scontroso e fascinoso abbastanza per essere ricordato nei momenti di noia. Nasce già vecchio, cresce con in testa soldi e potere, crepa in un eremo buddista dopo aver mollato tutti i suoi averi. Dietro l’apparente freddezza, passione e calcolo giocano la loro partita decisiva.

Kamil Jacek Glik (Jastrzębie Zdrój, 3 febbraio 1988 difensore legnoso) / Il mio codice fiscale lo trovate su wikileaks.org

Profilo calcistico:  Ammetto di non sapere assolutamente nulla di questo giovanissimo difensore polacco acquistato dal diabolico Zamparini per il suo Palermo,  ma onestamente un giocatore che ha militato per squadre come il MOSiR Jastrzębie Zdrój e per il  WSP Wodzisław Śląski, ma anche per la temutissima compagine del Silesia Lubomia, non può non finire nel calderone del Bidonometro 2010  -2011.

Profilo astro calcistico: Acquario: Che la rivoluzione sia con noi. Segno di rottura, il più delle volte raccoglie tipologie umane dallo sguardo sereno e dalla calma apparente. Chiaro sinonimo di follia, destinato forse a non esplodere mai al di fuori della sua mente. Guru, premio Nobel, salvatore dell’Universo: un vero Acquario punta al bene dell’umanità, intanto mantiene in un proverbiale caos la sua vita. Al limite del punk.

Firmato Branko (quello delle carte , non delle punizioni..)

Scritto da delantero

agosto 30, 2010 alle 8:11 pm

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IL DISCEPOLO DI PAUL NEWMAN, Il GENIO DELLA TRUFFA INVOLONTARIA…

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Per chi rimane affascinato dai corsi e ricorsi del pippero è perlomeno logico inseguire, come un cane da tartufo, la scia della broccaggine insita nel principale torneo dei sogni calciofilo. Il mondiale. Cristiano Ronaldo, Messi e Wesley. A calcare l’erba sudafricana insieme a lui. L’idolo. Il bidone di classe alfa. Appena intravisto è stato subito amore a prima vista, che manco il bacio da mille e una notte fra Iker e novia periodista.

Georgie Welcome. Giorgio Benvenuto. Nasce a Roatan in Honduras il 9 Marzo 1985. Gli antenati riescono a donargli, sotto forma di dna, il fisico del dio possente. 190 centimetri, tutta fibra muscolare purissima. Due piedi destri intagliati nella pirite. Il nostro, giustamente, asseconda il suo fisico d’atleta portentoso dedicandosi al gioco del basket, con successo effimero. Nel frattempo, raggiunta la pubertà, mortifica i suoi ormoni in partite di street soccer, dove segna vagonate di gol trascinando in porta tutto ciò che gli gravita intorno. Nel frattempo Georgie, trova il tempo per mettere incinta due figliole diverse, trovandosi a dover fare i conti coi pannolini a soli 20 anni. Non pago, ci ricasca l’anno successivo. Beata gioventù, direbbe qualche vecchio malinconico al suo sigaro.

Fino ai 18 anni nessuna squadra si sogna di metterlo sotto contratto. Francamente, ammirandolo in scampoli di partita ai mondiali, non ci si spiega come alla fine, qualcuno si sia infine convinto delle potenzialità del ragazzo. Georgie, sulla torta dei 18 anni, insieme alle candeline, si ritrova sì un contratto da firmare, ma per spaccatore di mattoni. Letteralmente brick-breaker. In quell’ambito, il signor Benvenuto è sì un autentico fuoriclasse. Il bicipite intagliato nel legno, il deltoide instancabile. A suo agio come un pesce nell’acqua, mica quando si trova al campetto con gli amici, frustando in malo modo palle gol messe lì sotto il naso, a un passo dalla linea dei sogni.

Eppure. La vita, il calcio. Laddove non arriva il talento può arrivare il caso, arma molto più potente. George viene notato da tal Leland Woods, talent scout della Mls League americana. In evidente hangover da tacos e mojito, Woods assiste ad una partita fra scapoli e ammogliati fra le vie di Rotan, dove George lo spaccapietre imperversa, maltrattando palloni e difensori. Da lì è tutta una discesa, fatta di nonsense.

Welcome viene provinato dal Montagua, squadra di prima divisione honduregna. L’esito è incredibilmente positivo. Qualche gol, da pilone, in campionato. La nazionale under 23 olimpica. Mendoza, l’allenatore, dichiara di dover parlare col nuovo pupillo uno spagnolo ai limiti dello scolastico per farsi capire. Welcome snocciola solo qualche sillaba d’inglese. Castillano, nada de nada. Poco male. Il gol della definitiva consacrazione arriva in finale di CONCAF contro i pariruolo americani.  Tripudio, gioia per una svirgolata che sa di destino. Il ragazzo sembra effettivamente buono. Paul Newman ride dalla nuvola della sua Stangata. Le porte della prima divisione ancora non si aprono, ma quelle della nazionale maggiore sì. E’ proprio in Sudafrica che Welcome scopre lo scrigno di pandora sull’immensità della sua broccaggine. Tre scampoli di partita. 20 minuti in media d’utilizzo. 1 spizzicata di testa a partita verso nessuno, 3 stop sbagliati, un paio di corse a vuoto. Impietosi i replay di cross a centro area dove appariva, irrimediabilmente, appena indietro a dove sarebbe stato il pallone, impietoso nell’essere trafitto nel mentre fatale, dalla freddezza dello slow motion unito all’alta definizione. Sfuriate con arbitro e compagni. Irresistibile, fantastico. Lui che da piccolo provò pure col baseball, dichiarando in seguito che no, quella piccola pallina era troppo dura e veloce per riuscire a seguirne le traiettorie.

George Welcome rappresenta il Nirvana per tutte le schiere di noi mediocri, inadatti lunatici in incognito. Preghiamo e aspettiamo con fede quella svista prevista dalla straordinaria cornucopia cosmica, per abbeverarci anche noi, inetti di professione, alla fonte di chi è stato baciato dal Dio del calcio.

Scritto da delantero

luglio 25, 2010 alle 12:31 pm

I DRIBLING LENTI E GRASSI DI UN UOMO CHE CHIAMANO L’ORCO…LA LOTTA DI CLASSE, IL PESO DEL DESTINO E LE LEGGI DEL CAOS…TU CHIAMALE SE VUOI PROFANE DIVINAZIONI CALCISTICHE…

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Che cosa ti resta in mano, quando sei l’idolo della tua tifoseria e il derby cittadino sta dormendo sotto i tuoi tacchetti a 13. Una parte della città, quella nata sotto il segno della lepre, trattiene il fiato ad ogni tuo passo, ad ogni tuo movimento, convinta che tanto agonismo possa sfociare in poesia arcana solo da una tua giocata. L’altra, gialloblù griffata da sempre Pellegrini, ti insulta ad ogni piè sospinto, fischiando e sottolineando la tracotanza di un fisico non proprio da ballerino di tango. L’insulto sportivo è l’anticamera del rispetto, del timore. Quello scarso davvero è apostrofato da una risata. Il bu si concede solo a chi si deve esorcizzare.

Che cosa ti resta in mano quando, dall’alto del tuo metro e 90, per 100 chili di grasso peso, ti fiondi incurante delle leggi della fisica su una palla lunga, all’apparenza facilmente controllabile dal centrale avversario. Si dice che nello sport di squadra valga molto di più, piuttosto che la tartaruga in pancia, quello che lavora fra le due orecchie. E’ tutta questione di anticipo. Sempre. Capire un attimo prima cosa sta per succedere. Una finta, quello con la palla si muove come da previsione verso la linea laterale e in un attimo si rende conto che, ecco, la palla non è più affar suo. L’orco si è lanciato con tempismo perfetto, lento ed invincibile nella direzione giusta. Un tackle, contrasto. Cadono entrambi, si rialza per primo quello più pronto, quello più grasso. L’orco. Davanti a lui, ora, una bella prateria e alla fine dell’arcobaleno la porta avversaria. Niente fischi e niente applausi. L’orco avanza, una città trattiene il fiato.

Che cosa ti resta in mano, quando da generazioni, in maglietta e calzoncini, ti chiamano “El Ogro”. In argentino significa l’orco. La genesi del soprannome ha a che fare con le forme di un fisico non baciato dalla fortuna e pure, per così dire, aiutato da una idiosincrasia all’atteggiamento da serio professionista del pallone. All’anagrafe Cristian Gaston Fabbiani. Quanti asado hai trangugiato Cristian? Per tutti l’orco del calcio. Gesta festeggiate con le maschere verdi di Shrek. Fabbiani parte giovane dall’argentina, perché le fattezze sono anzichenò robuste, ma i piedi quelli sì, sono da ballerino di tango. Si approda in transilvania, nel Cluji gioca tre anni a buoni livelli. Poi la nostalgia della bandiera biancoazzura di Ciudad Evita, la città natale, la patria l’hincada, la pampa e chilometri di dulche de leche. La chiamata è quella del Newell’s, Rosario, Argentina, Mondo. Il derby in questione, giocato in casa al Comunal, vede di fronte quelli del Central. I borghesi per intenderci. Gli old boys sono il proletariato. Come sempre, sul rettangolo verde, la lotta di classe si sublima e le reminiscenze del big bang rimangono impresse a distanza di lustri nei cuori di quelli che oggi sono ninos. L’odio nasce sempre da un qualcosa che non può essere ignorato. Per questo l’orco, rialzandosi dopo essersi immaginato tutto, con la porta davanti e i compagni impegnati a difendere un solo gol di vantaggio, sente addosso il peso della storia.

Cosa ti resta in mano, dopo essere partito palla al piede. L’area di rigore e un silenzio irreale sbrinarsi al sole in fragore di strepiti sempre meno sommessi. Ad ogni passo, ad ogni centimetro. La posizione però è leggermente defilata e un difensore sta recuperando disperatamente. Insomma, il gol non è mai affare da dare per scontato. L’ossimoro è che l’orco danza sul pallone. Lentissimo. Cadenzato. Invincibile. Si porta avanti la palla con la suola della scarpa destra, testa alta, beffardo nella sua supremazia di tecnica e chili. Il portiere viene scartato come se non esistesse. Finta sull’esterno, dribling di suola dalla parte opposta. La scivolata del difensore ignorata, senza cambio di velocità ne di direzione. Solo un ammiccamento del bacino indice della volontà di scaraventare la pelota in una porta ormai sguarnita. Geniale. Il difensore manco a  dirlo ci casca, ma l’orco non tira. Avanza. Solo davanti a una porta sguarnita. Il commentatore in visibilio veste l’atmosfera con la sua voce palpitante. Ormai è fatta. I tifosi, davanti a cotanta prodezza già esultano e si abbracciano. M sarebbe tutto troppo facile e molto poco argentino. L’orco fatto il difficile, si rifiuta di autografare il Picasso con un tocco banale. Perché non scegliere una puntata d’esterno sotto il sette? Già. Perche no? Cristian si coordina. Tira di punta quando il piattone sarebbe bastato e avanzato. Fuori. Mentre il telecronista sta già urlando golazo de Fabbiani. Fuori. Mani nei capelli.

Cosa ti resta in mano, dopo aver sbagliato un gol del genere in un clasico? Non saprei parlare per Cristian Fabbiani, ora intento a verniciare dribling lenti nella B messicana, fra le fila del Veracruz. Per quanto mi riguarda la lezione è evidente e palese come se Dio stesso si fosse preso la briga di parlare a tutti sulla punta del piede destro di un uomo che in Argentina chiamano “el Ogro”. Più efficace di un apparizione lacrimante. Le leggi del caos e dell’imponderabile hanno la tendenza a trionfare nella vita. E questo è quanto, dannazione. Puoi driblare una difesa intera, con classe infinita e huevos infuocati, anche se sei alto 190 centimetri e pesi cento chili, solo per poi sbagliare un gol a porta vuota. E’ stato meglio lasciarsi che non esserci mai incontrati. D’altronde.

http://www.youtube.com/watch?v=7AfoVUmk4Dg&feature=related (cliccare prego..)

Fat Tuesday

Scritto da delantero

luglio 18, 2010 alle 4:59 pm

Pubblicato in Pallonate

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A lovestruck Romeo

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C’è sempre tempo per esser romantici. C’è sempre tempo per metter su Romeo & Juliet.
Prima delle wags, prima della giornaliste fidanzate con i capitani. Noi.
Donne che s’innamorano di uomini che hanno giocato a calcio giusto il tempo per storcersi le gambe. E poi hanno smesso portando sul loro corpo il segno mitico del tentativo, il segno tribale dell’appartenenza al branco dell’ “io la domenica e il martedì e il mercoledì guardo la partita”. Ah, scusate anche il sabato. Ma noi, multitasking fino allo svenimento, beh, finitela voi la frase. Ci potete mettere a caso: lotta tra sessi, riappacificazione tra sessi, sesso, vantaggio della specie, bacino mediterraneo che aiuta a fare i traslochi, donna pera williams, vieni qua che ti dico io che era fuorigioco. Insomma, appena sveglie, il lunedì è animato da un’immagine primigenia, pura, incastrata nella vera natura umana. L’uomo che piange, la donna che pragmatica vuole andare avanti, lui che si concede al romanticismo. Per la serie, i fiori piaceranno soprattutto a noi, ma siete voi che andate a comprarli.
Nella cricca donne dure come l’acciaio è partito immediato il sondaggio. E il malefico cuore di panna è apparso maestoso. Perchè di solito lo riesci a mascherare. Baci alla fede dopo il gol, palloni sotto la maglia, scritte d’amore superficiale. Non ci facevano più nulla. Aride, ormai. Algide, quasi quasi. Maschie, porcamiseria. Come lo vuole il gelato, signorina? Gusto Ike Casillas, gracias. Per la serie finitela voi la frase con a caso: amore con la A maiuscola, appartenza selvaggia, il tenebroso che solo con me fa il simpatico e baci cinematografici sotto la pioggia tipo Hugh Grant con la MacDowell.
Epifania di cuoricini via chat con enfatici sbrodolini di commento da parte di una raffinata milanese rosa con l’aria condizionata perduta. Dopo essersi ripresa, ha riacciuffato la lucidità e ha anche peggiorato la situazione inanellando, incalzata da me, fiabesco – cavalleresco – commovente – ancora ancora ancora – irrefrenabile – spontaneo. All’ancora-ancora-ancora saltellante abbiamo avuto, per la seconda volta, quella conosciuta come SA, la sindrome d’accartocciamento. Più siamo nella zona tenero, fuffoloso, ovattoso, ehhhbuuuuu, più la femmina, anche se porta le katane affilate in giro per la sua esistenza da ghigliottinatrice, non potrà resistere al richiamo della natura, o meglio, al richiamo dell’infanzia rovinata dai cartoni giapponesi con degli standard troppo alti per poi rientrare nel circolo delle cose normali. (Citazione livello delta, capisco).

Ora poi, che vicino alla versione 3.0 della nostra vita di innamorate o amanti, abbiamo anche iniziato a guardare Gossip Girl, è diventato veramente un casino. Cioè andremmo anche a giocare a Lacrosse, se sapessimo cosa c’è oltre a maglioncini bianchi con le trecce. Dalla Francia, un altro generale di ferro, una che ti potrebbe anche salvare la vita, mi manda il mitico “ho sentito le farfalle nello stomaco! Con quel braccio intorno al collo…di una tenerezza esagerata, IPERBOLICA!”. Ma vogliamo di più.

Scusi, mi fa assaggiare anche Jesus Navas? Romaticismo chiama romanticismo. Si arriva a “ora non dico che mi soppianti Jarrett re di Goblin ma mi ci va vicino!”

Il top giunge dalla terre calde dello stivale con una giusta assimilazione donna/trofeo/richardgerequandoerafigo: “ohhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!! immagini alla Disney!!! ma il tutto non è racchiuso tanto nel bacio quanto nel sospiro, è il sospiro che rende tutto così Hollywoodiano, un po’ alla Ufficiale gentiluomo, sembra che dica “basta, non possiamo andare avanti così, sono qui che ho vinto la coppa del mondo e invece di alzarti in aria come se fossi la coppa non posso neanche abbracciarti e baciarti. MACHISENEFREGA!!!”

Io che stavo già apposto con tutta quella bromance che c’è durante le finale. Cosa dico io? Dunque, il secondo bacino sulla guancia. Ecco diciamo che quello fa la differenza. E’ lì che scatta la Sindrome d’Accartocciamento Fatale in tutta la sua irruente e lacrimosa, accompagnata dai sussulti più matthewgoodiani del profondo, gioia. E’ qui che a caso potete aggiungere chimere su chimere: amore mondiale, tu-che-mi-hai-salvato-la-vita, quello-che-sono-lo-devo-a-te, madonna-se-questa-telecamera-fosse-spenta. Io che non riesco a cancellare Jerry Maguire per quel “mi avevi convinto al ciao“. Grazie Ike, sei il nostro nuovo eroe romantico.

firmato
Giovani donne perdutamente austeniane

p.s Si ringrazia tutta la alpha band.

Scritto da delantero

luglio 12, 2010 alle 4:44 pm

LA PARTITA DELLA MORTE

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Articolo di Gabriele Romagnoli – tratto da Repubblica del 02 luglio

Che cosa succede ai tedeschi quando cominciano a sentirsi troppo forti? Per scoprirlo vado al decrepito cinema Labia. Danno “The Death Match”. E’ un documentario , con straordinari filmati d’epoca, su una partita del 1942. Kiev è occupata dai nazisti. 200 mila cadaveri nelle fosse comuni. Negata la vita, il gioco sopravvive alla propaganda. I calciatori della ex Dinamo Kiev si ritrovano in una panetteria e rifondano la squadra, chiamandola Start. Viene organizzato un campionato, dove dominano. L’ultima partita è contro al contraerea nazista. Per rafforzarla arrivano professionisti dalla Germania. Arbitro, uno della Gestapo. Al 10′ non fischia il fallo che azzoppa il portiere ucraino. Infortunato, subisce tre gol.Poi, la rimonta. All’intervallo sono 3 a 3. Un ufficiale tedesco va nello spogliatoio della Start e avverte: “Se vincete, vi ammazziamo.”. Ricorda uno di loro, Goncharenko : “Non ci dicemmo nulla, non ce n’era bisogno: eravamo giocatori”. Vincono 5 a 3. Vengono arrestati e deportati. Sette di loro fucilati o impiccati. Poi l’armata rossa caccia il nemico. I 4 sopravvisuti sono guardati con sospetto per anni, infine riabilitati e trattati da eroi. La proiezione è alle 14.15. Dura 52 minuti. Argentina – Germania è alle 16. Fossi Maradona ci porterei la squadra.

Scritto da delantero

luglio 2, 2010 alle 2:22 pm

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