Delanteri

mi ricordo i tempi in cui abbiamo cominciato a rotolare insieme, la palla ed io…

Zemanlandia

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In un oscuro preserale infrasettimanale, il dito viaggiava veloce combinando a caso numeri e geometrie. Mi ritrovo su ESPN Classics, un covo di scorie del passato messe lì per far gonfiare gli occhioni ai nostalgici. Il faccione del boemo si materializza su uno sfondo nero. Indossa un morigerato golfino con la zip e la sua faccia solcata lo rende il corrispettivo calcistico di Clint Eastwood. Torvo, essenzialmente. Pochissime parole, calibrate e masticate alla perfezione. La sua sigaretta riscrive la gestualità del mister a zona estrema, del suo braccio puntato in avanti per segnare la sua personale linea di difesa (cioè praticamente a centrocampo), un 1-2-7 di spaventosa portata che alla fine degli anni ottanta e nei primissimi novanta lo resero protagonista di una di quelle fiabe di provincia.

Prendi una città come Foggia, piena di baffi e bar con le luci neon. Prendi una città come Foggia e dagli un biondo allenatore che non parla, un presidente sempliciotto ma pieno di “grano” (Pasquale Casillo, il magnate del cereale, che lasciò la presidenza dopo l’arresto per associazione camorristica, accusa per cui è stato assolto nel 2007), una trimurti d’attacco che ancora scuote i sogni dei rossoneri (Signori-Baiano-Rambaudi), e un geniale direttore sportivo (Peppino Pavone). Non si riprenderanno più. Non vorrano più riprendersi.

Zemanlandia (di Giuseppe Sansonna del 2009) è un documentario fatto di gol, tantissimi gol, colonna portante di una storia d’amore e di fango, di urla scomposte e silenzi ieratici. Momenti intesi rievocati con maestria, come lo spogliatoio assediato dai tifosi dopo il k.o con il Parma, giocati sulla secca mimica leoniana di Zeman che, sguardo atarassico, sibila una delle sue frasi ad effetto. Una storia fatta di piccoli movimenti microfacciali che Mister Zeman riserva ai suoi ricordi di caterve di gol fatte con una squadra che non sarebbe bastata a pagare nemmeno un quarto d’ora di Ibrahimovic. Una storia d’amore e di furore come quello che colse i tifosi accecati che distrussero a zappate ringhiose il campo di Foggia intimando a tutti di sparire dalla circolazione (scena di una violenza inaudita, da coprirsi gli occhi come negli horror, insostenibile per la crudeltà).
Gol, Gol, Gol. Spazi aperti, carambole alla Paul Newman, giocatori che corrono come matti, che sbucano ovunque, che assiepano l’area avversaria banchettando felici e contenti. Hard Pressing. Mezze punte metal. Gol belli, Gol facili. Gol e parole. Le poche dell’uno e le sproloquiate dell’altro.
Seduti su un divano in un bel salotto, da un lato Pasquale Casillo inscena, con un vitalismo e una spregiudicatezza alla Joe Pesci tutti i ricordi, adulandosi, ammiccando, parlando di soldi e invidiando la completa assenza di avidità nel personaggio Zeman (“Solo i soldi per le sigarette gli servivano”- ammette sconsolato).
Dall’altro composto, rigido (tanto che dici “adesso gli si materializza adosso un poncho e un fucile”) con un aplomb misteriosa, il terrore di tutti i giocatori molli, l’uomo che ti fa allenare coi sacchi di sabbia e ti fa correre su e giù per le gradinate dello stadio Zaccheria. Allenamenti da marines in un campo d’oratorio pieno zeppo di buche simili a crateri lasciati da un metorite.
Con la differenza che l’imperturbabile Zdenek non ha bisogno della verve sputacchiosa del Sgt. Hartman per farsi dare retta. Ad una sua impercettibile mossa del sopracciglio si scatena l’inferno. I siparietti con Beppe Signori che imita Casillo, con Di Biago che ricorda quegli anni con gli occhi lucidi, gli ultrà folli d’amore per nomi per loro impronunciabili come Shalimov e Kolyvanov, le caramelle del tifoso ogni inizio partita, la copertura totale di TeleFoggia 24 ore su 24, rendono Zemanlandia, nella sua impertinente ricerca ossessiva dei gol a grappolo e nella sua scellerata ma fantastica noncuranza verso le infinite profanazioni della propria porta, una testimonianza preziosa di un calcio che galoppava felice, facendoti dilatare le pupille.

La frase
«Lui promesso campo vero, io sto ancora aspettando»

Si ringrazia per la preziosa collaborazione l’insondabile Zeman di casa

Scritto da delantero

ottobre 28, 2009 a 10:59 pm

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