Delanteri

mi ricordo i tempi in cui abbiamo cominciato a rotolare insieme, la palla ed io…

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IL DISCEPOLO DI PAUL NEWMAN, Il GENIO DELLA TRUFFA INVOLONTARIA…

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Per chi rimane affascinato dai corsi e ricorsi del pippero è perlomeno logico inseguire, come un cane da tartufo, la scia della broccaggine insita nel principale torneo dei sogni calciofilo. Il mondiale. Cristiano Ronaldo, Messi e Wesley. A calcare l’erba sudafricana insieme a lui. L’idolo. Il bidone di classe alfa. Appena intravisto è stato subito amore a prima vista, che manco il bacio da mille e una notte fra Iker e novia periodista.

Georgie Welcome. Giorgio Benvenuto. Nasce a Roatan in Honduras il 9 Marzo 1985. Gli antenati riescono a donargli, sotto forma di dna, il fisico del dio possente. 190 centimetri, tutta fibra muscolare purissima. Due piedi destri intagliati nella pirite. Il nostro, giustamente, asseconda il suo fisico d’atleta portentoso dedicandosi al gioco del basket, con successo effimero. Nel frattempo, raggiunta la pubertà, mortifica i suoi ormoni in partite di street soccer, dove segna vagonate di gol trascinando in porta tutto ciò che gli gravita intorno. Nel frattempo Georgie, trova il tempo per mettere incinta due figliole diverse, trovandosi a dover fare i conti coi pannolini a soli 20 anni. Non pago, ci ricasca l’anno successivo. Beata gioventù, direbbe qualche vecchio malinconico al suo sigaro.

Fino ai 18 anni nessuna squadra si sogna di metterlo sotto contratto. Francamente, ammirandolo in scampoli di partita ai mondiali, non ci si spiega come alla fine, qualcuno si sia infine convinto delle potenzialità del ragazzo. Georgie, sulla torta dei 18 anni, insieme alle candeline, si ritrova sì un contratto da firmare, ma per spaccatore di mattoni. Letteralmente brick-breaker. In quell’ambito, il signor Benvenuto è sì un autentico fuoriclasse. Il bicipite intagliato nel legno, il deltoide instancabile. A suo agio come un pesce nell’acqua, mica quando si trova al campetto con gli amici, frustando in malo modo palle gol messe lì sotto il naso, a un passo dalla linea dei sogni.

Eppure. La vita, il calcio. Laddove non arriva il talento può arrivare il caso, arma molto più potente. George viene notato da tal Leland Woods, talent scout della Mls League americana. In evidente hangover da tacos e mojito, Woods assiste ad una partita fra scapoli e ammogliati fra le vie di Rotan, dove George lo spaccapietre imperversa, maltrattando palloni e difensori. Da lì è tutta una discesa, fatta di nonsense.

Welcome viene provinato dal Montagua, squadra di prima divisione honduregna. L’esito è incredibilmente positivo. Qualche gol, da pilone, in campionato. La nazionale under 23 olimpica. Mendoza, l’allenatore, dichiara di dover parlare col nuovo pupillo uno spagnolo ai limiti dello scolastico per farsi capire. Welcome snocciola solo qualche sillaba d’inglese. Castillano, nada de nada. Poco male. Il gol della definitiva consacrazione arriva in finale di CONCAF contro i pariruolo americani.  Tripudio, gioia per una svirgolata che sa di destino. Il ragazzo sembra effettivamente buono. Paul Newman ride dalla nuvola della sua Stangata. Le porte della prima divisione ancora non si aprono, ma quelle della nazionale maggiore sì. E’ proprio in Sudafrica che Welcome scopre lo scrigno di pandora sull’immensità della sua broccaggine. Tre scampoli di partita. 20 minuti in media d’utilizzo. 1 spizzicata di testa a partita verso nessuno, 3 stop sbagliati, un paio di corse a vuoto. Impietosi i replay di cross a centro area dove appariva, irrimediabilmente, appena indietro a dove sarebbe stato il pallone, impietoso nell’essere trafitto nel mentre fatale, dalla freddezza dello slow motion unito all’alta definizione. Sfuriate con arbitro e compagni. Irresistibile, fantastico. Lui che da piccolo provò pure col baseball, dichiarando in seguito che no, quella piccola pallina era troppo dura e veloce per riuscire a seguirne le traiettorie.

George Welcome rappresenta il Nirvana per tutte le schiere di noi mediocri, inadatti lunatici in incognito. Preghiamo e aspettiamo con fede quella svista prevista dalla straordinaria cornucopia cosmica, per abbeverarci anche noi, inetti di professione, alla fonte di chi è stato baciato dal Dio del calcio.

Scritto da delantero

luglio 25, 2010 alle 12:31 pm

Vaselina immaginaria

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Il seguente articolo è gentilmente concesso da un nuovo Delantero. Immaginatelo così: viso alla Jeff Buckley e capigliatura sfumata alla Marco Borriello. Insomma, un tamarro di altissimo livello.

Parlare di calcio è un po’ come indagare nel profondo del proprio animo. Queste frasi super inflazionate da libro Harmony, lasciano più o meno sempre il tempo che trovano e, per diverse ragioni che non sto qui a spiegare, perché ovvie, non sono solito servirmene né apprezzarle. Però, in questo caso, è maledettamente vero.

C’è chi in questo gioco ha investito tempo e risorse maggiori di quelli che si dedicherebbero a un mutuo, a una relazione amorosa, a una macchina. E in casi rari è riuscito persino a mantenere un certo aplomb sociale. Un sentimento che, nel momento stesso in cui ti porta in paradiso, sai già che, presto o tardi, ti attanaglierà come un serial killer farebbe con la tua gola. Scegli una squadra senza ben capire il come, il dove e il perché. Scegli una squadra che ti procurerà prese in giro cocenti per anni e anni magari, prima del contentino, del campionato o della coppa. E in quel momento ti sentirai come e più importante degli undici eroi in campo perché, diciamocela tutta, se non ti fossi tenuto la pancia di fronte ad un autogol di un Festa qualsiasi o alla cronica svogliatezza di un Recoba (a proposito, anni addietro scelsi l’Internazionale, o fu l’Internazionale a scegliere me?) che senso avrebbe esultare e commuoversi oggi? Oggi che tu, più di tutti gli altri, sei campione? Oggi che tu hai dato un senso ad un attesa, ad una premonizione, ad un richiamo primordiale. E il bello è che sai che finirà, il bello è che sai che nel giro di un battito di ciglia ti ritroverai nella terra ad arrancare e gli altri, ancora una volta, proprio lì davanti a te a sbeffeggiarti.  Ed è giusto così, perché così è la vita. Così è il calcio.

Molto più di questo, fra gli sport chiamiamoli di massa, il calcio mi appare come quello meno razzista. Per una serie di motivi, dopo tutta un’infanzia e un’adolescenza segnata dal pallone, ho scelto di smettere, dedicandomi alla pallacanestro. Un altro sport meraviglioso, ma estremamente intransigente. Diciamocelo chiaramente, certe pippe clamorose riescono ad arrivare a giocare ad alti livelli solo perché baciate dai geni giusti, manifestatisi sotto forma di centimetri. Poco conta se poi, alla palla a spicchi, dai del tu come lo faresti con una suocera impicciona. Nel calcio non funziona così. Nel calcio, salvo casi sporadici (tutti tra l’altro sinistramente connessi alla mia squadra del cuore), è difficilissimo arrivare in alto se non possiedi veramente un qualcosa dentro. Non importa se sei alto un metro e una noce o un chilometro. Il gioco del calcio è un gioco meraviglioso ed è terapeutico, passare da San Siro, a un campo metaforico tracciato nei confini dai Jolly Invicta. Nel primo caso 22 superprofessionisti, super pagati che muovono le fila di migliaia di persone in tutto il globo terracqueo. Nel secondo tot. numero di protagonisti, a caso, cassa integrati, dopolavoristi, scapoli o ammogliati o niños fuori dalle ora scolastiche, che cominciano a muovere solo le proprie di fila. Ma la poesia è identica se non maggiore e per questo, nello stomaco di ognuno, molte più storie legate a leggende metropolitane di provincia o a quella volta in cui il rosso fece per tre volte il tunnel al biondo prima di calciare a botta sicura…sul palo, perché segnare sarebbe stato troppo provinciale, acquistano un peso determinate nel formare un’autocoscienza, una visione, o più semplicemente una buona dose di ricordi da campari col bianco con cui invecchiare e magari morire felici. Ecco che col tempo, con l’esperienza, con la vaselina immaginaria che ci si è dovuti spalmare dove non batte il sole per digerire, perdonate il termine poco british, inculate emotive da ogni dove, il tifoso cresce. Comprende. Capisce che il tifare la propria squadra del cuore è sì missione da portare a termine come un fido crociato, ma che la storia e le storie del calcio sono più grandi di tutto. I suoi protagonisti sono tutti in egual misura meritevoli di rispetto e ammirazione perché ingranaggi di un macchinario che muove il mondo. Tutti. Indistintamente. Gioisci, o tifoso interista, per la grazia felina e vellutata con cui Samuel Eto’o sembra scivolare oggi sull’erba di San Siro. Esulta, tifoso rossonero, rimembrando le gesta del cigno di Utrecht, tal Marco Van Basten, campione di un Milan invincibile. Maledicine le cartilagini, più sottili della sua grandezza. Oh Juventino, Del Piero è talmente un artista che da oggi, fino alla fine dei tempi, nessuno potrà accentrarsi dalla sinistra tirando a giro sul palo opposto senza che venga pronunciato il suo nome, preceduto da un estatico un gol alla. Ma questa è l’elitè. Questa è arte allo stato puro. Il calcio è ciò che più intrinsecamente ce lo fa amare, ciò che inconsciamente ci accomuna, noi sulle tribune, sfigati affaccendati con le miserie del tram tram quotidiano, e gli dei sul rettangolo verde. Il calcio è dei Vratislav Gresko, che in un pomeriggio già segnato dallo scudetto, con il suo incerto ciondolare non riusciva a smettere di sussurrare nella testa di milioni d’interisti “perderemo”. E l’Inter perse eccome, fragorosamente e io, che all’inizio non capii e piangendo, ancora molto tardoadolescenziale, me ne tornai a casa con le pive nel sacco, fra cortei di zebre scalmanate, ora invece ne avverto l’universale soffio di immortalità. Gresko sarebbe stato apprezzato da un Pasolini, che ne avrebbe intravisto quell’alone da uomo della porta accanto, piuttosto che un terzino da squadra blasonata. Ciò che rende questo gioco popolare, populista e poetico. Il calcio è di un portiere niente di che. Gioca nel Liverpool ed è una riserva. Jerzy Dudek, polacco di Rybnik,  in una serata da finale di Champions che era già del diavolo, gioca a fare l’ubriaco sulla linea di porta dopo aver visto i propri compagni rimontare l’inverosimile, contro una squadra esponenzialmente più forte. Dudek ciondola, avanza e arretra, a destra e a sinistra. Incrocia le gambe. Lo sberleffo di Davide contro Golia. Il pallone d’oro Andry Shevchenko tira una delle loffe su rigore più indegne della storia. La coppa la solleva il polacco. Il calcio è di un Alessandro Calori, onesto mestierante e girovago del calcio anche minore, che in un pomeriggio bagnato di Perugia scaglia un tiro inutile che rovina un’intera stagione di una delle Juventus più forti di sempre.  Ecco quel che cercavo confusamente di dire. Il tifoso cresce. Comprende. Capisce che il tifare la propria squadra del cuore è sì missione da portare a termine come un fido crociato, ma che la storia e le storie del calcio sono più grandi di tutto. Le storie della vita, dalla promozione tanto sperata sul posto di lavoro, alla tremenda fine di un amore, fanno parte di un tutto meraviglioso, che lascia spazio al sacro e al profano, alla notte che deve essere una notte da leoni e a quella che delude le aspettative di nichilismo malcelato. E così mi riguardo una foto di me bambino. Vestito con cuffia e completo da mercato. La butto lì, 22 mila lire il tutto, guanti, cuffia e sciarpa. Accanto a me un pallone di cuoio di quelli vecchi, con le cuciture a pentagono che fuoriescono leggermente garantendo una forma non proprio sferica. La foto è sfocata proprio nel punto del piedino della gamba destra. E’ sfocata perché in movimento, perché il gesto del calciare è insito nella natura come capacità innata. La caratteristica delle fotografie è quella di cristallizzare un istante. Quel che succede dopo è territorio della mente. A me piace pensare che il pallone ha cominciato a rotolare in una direzione. Il bambino ha sorriso e, a sua volta, ha cominciato a corrergli dietro.

Firmato

FatTuesday

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marzo 21, 2010 alle 4:05 pm

attenti, altrimenti vi ricastigo !!!!

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Quella Domenica del ’76 – giocavo nel Padova ed ero anche capitano della squadra – dovevamo incontrare in casa l’Udinese. Mancavano poche domeniche al termine del campionato  e noi eravamo in una posizione tranquilla di metà classifica, mentre loro erano al vertice iniseme alla Cremonese e vincendo contro di noi, molto probabilmente sarebbero saliti in Serie B. Durante la settimana precedente all’incontro, fui ripetutamente contattato da un esponenete della società friulana che mi offriva 7 milioni per comprare una mia prestazione scadente. Quell’anno la società patavina era allo sbando e i nostri premi partita erano fedeli a quelli federali:  22.000 lire al punto. Quindi per me sarebbero state 44.000 lire in caso di vittoria e 7 milioni in caso di sconfitta! Non c’era partita: bastava che giocassi male quell’incontro. Altre volte era successo e senza che mi fossi portato a casa una lira. Accettai. Così ci accordammo sul posto in cui il lunedì sucessivo ci saremmo incontati ed io mi sarei preso i soldi.  Sarebbe stata la prima volta che intascavo del denaro per perdere una partita. Già mi era successo in Serie A, ma quella volta ci avevano dato dei soldi per vincere, non come stavo facendo in quell’occasione per  ’perdere’. Mi sentivo confuso. Mi sentivo una merda: avrei tradito i miei compagni, l’allenatore Toni Pin, ma soprattutto la mia coscienza. Lo stadio ‘Appiani’ quella domenica era stracolmo di pubblico composto quasi per intero da tifosi friulani. E fu quel pubblico di ingrati conterranei che, come entrai in campo, mi coprì di improperi e di insulti, a farmi cambiare idea e a salvarmi.  Decisi di punire quei bastardi di merda e di far rimanere la loro squadra nel purgatorio della Serie C anche l’anno seguente.  Tutte quelle imprecazioni erano frustate  a cui dovevo assolutamente rispondere per le rime. Affanculo i 7 milioni, viva le 44.000 lire ! Vinsi la partita da solo. Feci due gol, uno dei quali addirittura da calcio d’angolo soffiandomi prima il naso con la bandierina e poi garantendo con gesti plateali che avrei fatto gol proprio lì. Avrei potuto  giocare contro il mondo intero, contro Dio stesso. Quel giorno non c’era un cazzo da fare, non ce n’era per nessuno!

L’anno seguente, quando giocavo con l’ Audace San Michele, sempre in C, incontrai l’Udinese per altre due volte, ma nessun fischio e nessun insulto partì nei miei riguardi! La squadra friulana fu promossa in B.

Ezio Vendrame  - “Se mi mandi in tribuna, godo” – Edizioni Biblioteca dell’Immagine

 

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novembre 27, 2009 alle 11:33 am

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Se mi mandi in tribuna, godo.

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Mi trovavo con la mia squadra (il Napoli) all’aereoporto di Capodichino in attesa del volo che ci avrebbe portato a Cagliari. Era un sabato del 1976. Nella sala d’imbarco avevo adocchiato una ragazza stupenda che avrebbe preso lo stesso nostro volo e che in quel momento stava parlando con Vinicio. “Sarà una nostra tifosa” pensai. Certo era un bel pezzo di figa!  Prima di salire sull’aereo ci fu tra noi uno sguardo intenso, quindi da parte sua una specie di sorriso che sembrava regalarmi un filo di speranza. Chissà cosa andava a fare a Cagliari e chissà se l’avrei rivista. Incredibile ma vero!  Me la trovai seduta su un divano della hall dell’albergo! Faceva la modella ed era venuta a Cagliari apposta per vedere la partita! Tra gli sguardi invidiosi dei compagni e quelli omicidi dell’allenatore, l’abbordai. Ci inteddemmo immediatamente e ottenni la promessa di rivederci a Napoli. La domenica, un’ora e mezza prima della partita, Vinicio annunciò la formazione. Io non c’ero. Per la prima volta mi aveva fatto sparire anche dalla panchina!  Inutile nascondere che ci rimasi male: una pugnalata al cuore proprio nell’unico anno in cui avevo deciso davvero di fare il calciatore!  Quell’esclusione si rivelò propizia: visto che non potevo scendere in campo, salii in tribuna a giocare la mia ‘partita’. Riagganciai la modella e, dopo qualche abbraccio e qualche timido bacio, il ‘riscaldamento’ era concluso: me la portai nei cessi del Sant’Elia e la trombai.

Ezio Vendrame  - “Se mi mandi in tribuna, godo” – Edizioni Biblioteca dell’Immagine

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novembre 23, 2009 alle 12:54 am

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Per l’abolizione del termine Cinico dalle interviste post-partita

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Lasciateli in pace, i poveri cinici che non hanno mai giocato a pallone….

Diogene

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settembre 20, 2009 alle 5:21 pm

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Ai Gol non dati preferisco i Calamari

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Il Milan strappa un buon pareggio in chiave salvezza, sul non facile campo del Livorno. Convincente la prova del nuovo acquisto Huntelaar: il Bowie di Drempt in 45 minuti di gioco ha subito 3 falli, evitato due volte l’off-side alto della difesa labronica e attirato l’attenzione dei talent scout di X-Factor, intenti a trovare il volto nuovo della musica leggera italiana per la prossima stagione. Probabile anche la sua prima convocazione nella Nazionale Cantanti, in vista dell’amichevole coi Farias.

L’Inter vince e convince con la coppia d’oro Eto’o – Milito e si proietta all’inseguimento del terzetto di testa. Durante la conferenza stampa l’ottimo Mourinho ha confessato di non aver visto la partita della Juve perchè intento a spazzolare un piatto di calamari giganti del’Ecuador. Indiscrezioni fuoriuscite dal Concierge di Interello, affermano invece che il “Belloccio di Stubal” durante il match, fosse rinchiuso  nella cameretta di Materazzi intento a visonare tutto il girato dell’ispettore Coliandro, nel tentativo di captare altre frasi ingiuriose nei confronti del povero Marco.

Genova torna capitale del calcio. L’ultima volta che succese fu nel  1016, durante l’apogeo delle Repubbliche Marinare,quando la squadra del capoluogo ligure sconfisse nello scontro diretto alla terza giornata, la Rappresentativa Saracena per 2-1.

Resta nei piani altissimi anche la Juventus di Ciro “catechesi” Ferrara. Partita intensa e viziata da un espisodio dubbio ai danni dei biancocelesti (toh! che strano). Buona prova all’esordio del difensore uruguagio Martin Caceres, a segno con una sabongia imparabile dal limite. Il giovane ai microfoni di Sky ha confessato: ” Sono contento di essere alla Juve –  anche se devo ammettere che quest’estate sono stato ad un passo dalla firma con i Farias..”

Firmato

Ronaldihno-sei-Lento-come-i-film-di-Rivette

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settembre 14, 2009 alle 11:43 am

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Thiago Silva , Emilio Fede e i tatuaggi che non vanno più di moda.

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Thiago Silva sul braccio ha un tatuaggio: “Io non sono il padrone del mondo, ma il figlio del padrone”. Berlusconi dopo essersi fatto tradurre da Leonardo (Ronaldhino si è scoperto  non saper leggere) il significato al raduno della squadra, ha subito chiamato i suoi sondaggisti esortandoli a divulgare un comunicato stampa in cui si attestasse la paternità di una frase cosi funambolica a lui stesso. Essendo tutto l’entourage in ferie, ha ripegato su Emilio Fede, il quale sempre raggiungibile, ha promesso di inserire la frase ad effetto nei titoli di testa del Tg4 e perchè no, magari anche nel Meteo, al posto della scritta “MAR JONIO”, che tanto nessuno sa poi  bene dove sia.

Firmato Fughina

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agosto 22, 2009 alle 11:25 pm

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WHITE BANNER SYNDROME

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E’ un po’ filosofo. E’ caustico e stringato. E’ un teppista di buona famiglia. Ha le scarpe sporche e non si depila le sopracciglia. Non guarda la De Filippi. Piuttosto impreca con Lost. Ma copia Sawyer con le battute pop. Un’amica una volta gli regalò il libro con le leggi di Murphy e da quel giorno ebbe una sola missione: arrangiare quanti più striscioni possibile sugli strampalati assiomi della sfiga, capovolgendo una tendenza sacrosanta del mondo del pallone. Fu l’inventore dello striscione pessimista, dello striscione gufante e trasformò con la sua ironia  la curva della sua squadra in un plotone di rozzetti dotati della magica punta della sprezzatura. Fu la rinascita dello sfottò, la seconda vita dell’incitazione. Non più ciecamente trionfante, ma a volte anche sconsolata e per questo irresistibile. Erano il suo forte, memore di un 6 e mezzo in matematica senza fragole e panna, anche le rielaborazioni delle formule di chimica, fisica e biologia  (Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si palleggia, Eppur si scalda). Nella sua casa aveva un poster con il Primo teorema di De Navasquez,  con l’Applicazione pratica del primo teorema di De Navasquez e con la Conseguenza pratica dell’applicazione pratica del primo teorema di De Navasquez ovvero:
1. L’elemento femminile che abita nella vostra stessa casa avrà improvvisamente bisogno di voi nel momento più importante della partita della vostra squadra del cuore.
2. Appena vi sarete allontanati per soddisfare le necessità dell’elemento femminile che abita nella vostra stessa casa, il telecronista  griderà: GOOOOOOOOOOOL!.
3. Quando tornerete a sedervi, avranno appena trasmesso l’ultimo replay del gol.
Passò diverse fasi, lui il Marziale di Monte Mario. Il campionato 2006/2007 era un po’ come i titoli di Porta a Porta: macabri e raccapriccianti, con spunti dalla cronaca nazionale. Il 2007/2008 conobbe una fase florida in cui si spappolavano nomi di film famosi per farci stare dentro il nome di qualche nuovo giocatorino. E’ strano, non ha maglioncini rosa nel suo guardaroba, indossa sempre una ben stirata maglietta nera, non è un tannorexic e non ha cinture bianche. Porta le lenti a contatto e un paio di occhiali specchiati. Ordina i lenzuoli bianchi su un sito di grossisti ciprioti e per la vernice fa far la cresta sui bidoni al suo amico Ughino, compagno di impennate quando entrambi avevano un motorino amaranto.
Dove c’è la sintesi c’è lui. Stava anche per lanciare la moda dello striscionista freelance quando coniò per la sua fidanzata modenese a scontro diretto con il Mantova un eclatante e secchissimo “Sbrisolamoli”. Ha imparato a usare un supercomputer solo quando ha scoperto che gli avevano spostato il punto Snai che prima aveva sotto casa, e la pigrizia l’ha condotto nel mondo dell’on line. Già che c’era ha pensato di risploverare un poco d’inglese e di leggere tutti i titoli dei giornali sportivi. Aveva delle botte d’invidia dopo quei fantastici giochi di parole che non lo facevano dormire la notte. Aveva anche lui una tattica ben precisa. Non era cosa da poco inventarsi gli slogan delle maledette domeniche. Poi ora che L’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive voleva sapere tutto in anticipo era un disastro. Non si godeva più una partita, non riusciva più ad accendere la lampadina, non trovava gli stimoli giusti, aveva anche comprato il dvd di Zelig per vedere di rubacchiare qualcosa, ma si sentiva in cuor suo depredato.
Il genio dicono sia tutto intuito, ma lui aveva ben capito che in realtà è tutta documentazione. Un giorno, mentre navigava su YouTube (per motivi scientifici, ovvio) sbagliò canale e ascolto alcuni minuti di una conferenza sull’information tecnology e new media ma il tempo di cambiare canale e tornare alla conferenza stampa dell’A.S Roma, che una frase gli tarlò il cervello.
“Scambiamo topoi per tag, aforismi per twitter. Siamo all’evoluzione dello striscione da stadio che condensa e allude, che spiazza e tira in ballo diverse angolazioni”. Era l’inizio della fine. Era la realizzazione di un malessere che già da qualche tempo lo stava divorando. E topoi e tag erano parole a lui note, dato che aveva studiato greco (a Santorini un’estate e poi aveva un blog). Da quando il resto della massa si è impossessata della sua unica arma (140 caratteri, babe) è uno uomo senza specificità. Ogni giorno su tutta la social-fuffa (aka network) vede gente che conia frasi più belle delle sue, frasi adatte alle sue partite, frasi che avrebbe voluto scrivere su un bel telone da srotolare con passione alle 14.40 la domenica successiva. Ha visto l’unica cosa per cui viveva felice spargersi qua e là.  E finalmente capì cosa era il tempo. Quando una settimana per sfoggiare una battuta era diventato un tempo insopportabile, quando ormai tra domenica e domenica orde di bloggerini, socialnetworkini avevano inventato di tutto, gruppi e pagine di cui diventare fan, in una smania ridanciana che a lui non lasciava che le briciole. Se prima lo striscione apriva una fase e si piazzava come primo momento sociale di rielaborazione comica, anarchica e canzonatoria di un fattarello avvenuto o di un nome appena comprato, ora il lenzuolone giungeva alla fine, stanco e ripetitivo, senza quell’incisione che aveva fatto la sua iniziale fortuna.
Era un semplice tifoso, ma con una carriera fulminate, promosso “dall’ufficio stampa” della curva a fare i titoli delle partite. La rielaborazione senza frontiere era sua e ora giace avvolto in un sudario con il suo primo epigramma dipinto a mano maledicendo la tecnologia. Era un uomo finito, in meno di 140 caratteri e un emoticon.

firmato

Chi perde paga il campo

Scritto da delantero

giugno 15, 2009 alle 3:50 pm

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Never complain, never explain

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E aggiungo io, never trust a blogger. Se ne stanno lì, con i loro mille lavori, non aggiornano mai e hanno milioni di idee. Vagheggiano di come sarebbe bello avere la forza per scrivere qualcosa ogni domenica, ogni sabato, ogni martedì o mercoledì di coppa, ma poi arrivano stanchi al divano, arrivano stanchi anche al bancone per ordinare un americano. Ma noi no. Delanteri erano sotto copertura. Se siamo stati assenti è perchè arruolati come osservatori nei quattro angoli del globo. Delantero, maschio alfa, è stato sotto copertura al Colo Colo di Santiago del Cile e ha scovato un ottimo centrale che vedrete tra qualche anno nelle file di squadre ambigue come, toh, la Lazio o l’Udinese.

Delantera, piccola femmina alfa pure lei, è stata impegnata a districarsi in tendenze delle maglie da gioco. Ha subito un leggero mancamento alla presentazione del Pigiama della Nazionale Italiana. Non pensava che in Confederation Cup si potesse giocare con delle divise più brutte di quelle di Amici.  Ma tant’è. Si sta ancora riprendendo.

Comuque, forse siamo tornati. Non so se in sella della Poderosa. Delantera alla fine prenderà l’autobus. Delantero forse la bicicletta.  E’ finito il campionato e noi decidiamo di rimetterci a parlare? Ma siamo i parolieri di un calcio senza coordinate storico temporali, e poi si sta avvicinando l’uscita del secondo capitolo dei Transformers e anche noi volevamo un post bello fiammante. Starscream, come noi, nonostante tutto, è ancora vivo e, dopo essere tornato a Cybertron, che a questo punto penso che sia un paese vicino al Santiago Bernabeu si mette a capo dei Decepticons, e decide di tornare sulla Terra con i rinforzi, alla ricerca di un alleato che li potrà portare verso una nuova vittoria sicura contro gli Autobots, che a questo punto penso siano quelli dell’Inter.

Ci piace un sacco lavorare a secco. Fuori di cronaca si producono i miti.

Scritto da delantero

giugno 11, 2009 alle 7:33 pm

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